Chi meglio di un Maestro può rappresentare l’italianità nel mondo? Riccardo Muti:

(…) «Sono talmente legato al mio Paese che quando andai per la prima volta a dirigere all’estero – un’orchestra militare nella Praga del 1966, a primavera ancora lontana – la sera andavo a passeggiare sotto la nostra ambasciata chiusa, per vedere il tricolore. Noi dobbiamo difendere la nostra identità. Io sono di cultura federiciana, ho comprato un piccolo terreno sotto Castel del Monte per ammirare l’opera di Federico, che seppe fondere la cultura araba con quella giudaico-cristiana. Sono per l’incontro, ma ogni elemento che turbi e disturbi la nostra identità non è benvenuto. Dobbiamo rivendicare il rispetto assoluto per i nostri simboli: il crocefisso, il presepe. Per il nostro modo di vita. E anche per le piccole cose, come i profumi. Ricordo la prima volta che diressi al Bellini. Era il 1966, e Catania era piena del profumo delle zagare; oggi senti solo quello del kebab. All’Italia devo tutto. In particolare devo tutto al Sud».

Ovviamente Muti non parla solo di questo nell’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della Sera: proprio per questo motivo è quasi un obbligo leggersela…

Italianità
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