Sergio Rizzo sul Corriere della Sera parla del “fu menu proletario” del ristorante di Palazzo Madama e del cambiamento di abitudini dei nostri dipendenti impegnati in politica, da sempre poco propensi a frequentare le aule  parlamentari ma al contrario indaffaratissimi ad occupare i tavoli delle mense a loro riservate.

Prima:

(…) il filetto di bue a 5 euro e 53 era quasi sempre esaurito. E le lamelle di spigola con radicchio e mandorle, a 3 euro e 34, andavano via come l’acqua fresca. I tavoli erano regolarmente tutti occupati, i camerieri in guanti bianchi andavano e venivano, lo scricchiolio del parquet e la soave musica delle posate d’argento che tintinnavano sulle stoviglie de luxe accompagnava dolcemente la predigestione.

Dopo il ritocchino sui prezzi (una foglia di fico nel mare di privilegi ad appannaggio di questa gente):

(…) un bel giorno, i clienti hanno cominciato a disertare la sala. Arrivavano sulla porta, davano un’occhiata al menù sgranando gli occhi e poi giravano i tacchi. (…) Se prima il ristorante era sempre pieno zeppo e commensali si abbuffavano di bistecche al sangue e filetti di orata in crosta di patate, dopo l’aumento è come se i rari clienti avessero deciso tutti contemporaneamente di mettersi a dieta. Riso all’inglese, pasta in bianco, insalatina…

Ma la dieta più grossa la stanno affrontando i lavoratori della Gemeazcusin, la società che gestisce in appalto il ristorante del Senato: dopo il crollo dei clienti per loro si prospetta la cassa integrazione.
Dieta anche per i senatori? Manco per sogno. Loro continuano ad abbuffarsi nei locali vicino a Palazzo Madama, diventati improvvisamente più convenienti del loro refettorio abituale. Speriamo almeno che la passeggiatina alla quale sono costretti per andare in cerca di cibo li mantenga un poco “in linea”.

Tutti a dieta
Tagged on:         

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *